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Pierluigi Licciardello (a cura di): La "Passio" di san Donato vescovo di Arezzo (= Edizione Nazionale dei Testi Mediolatini d'Italia; 45), Firenze: SISMEL. Edizioni del Galluzzo 2018, 368 S., 13 Farbabb., 4 s/w-Abb., zahlr. Tbl., ISBN 978-88-8450-822-5, EUR 70,00
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Rezension von:
Daniele Solvi
Dipartimento di Lettere e Beni Culturali, Università della Campania Luigi Vanvitelli
Redaktionelle Betreuung:
Ralf L√ľtzelschwab
Empfohlene Zitierweise:
Daniele Solvi: Rezension von: Pierluigi Licciardello (a cura di): La "Passio" di san Donato vescovo di Arezzo, Firenze: SISMEL. Edizioni del Galluzzo 2018, in: sehepunkte 19 (2019), Nr. 7/8 [15.07.2019], URL: http://www.sehepunkte.de
/2019/07/32655.html


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Pierluigi Licciardello (a cura di): La "Passio" di san Donato vescovo di Arezzo

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Varianti narrative, scambi d'identità o innesto di elementi allotri, segmentazioni ad uso liturgico, riduzioni o riscritture in bella forma sono fenomeni all'ordine del giorno per chi si misura con la natura cangiante, e a volte disperante, dell'agiografia medievale. Il dossier di san Donato di Arezzo è, da questo punto di vista, un caso esemplare: i sei numeri di BHL (2289-2294) dedicati al santo, con le ulteriori varianti contraddistinte dalle lettere, suggeriscono quanto la sua memoria agiografica sia complessa e stratificata. Lo studio di Pierluigi Licciardello affronta di petto la questione con l'obiettivo, giustamente ambizioso, di fare un po' d'ordine, e nel complesso ci riesce egregiamente.

Il volume si articola in quattro parti. Nella prima si delinea lo sviluppo plurisecolare della tradizione agiografica su san Donato, da una possibile Passio perduta di metà VI secolo ai leggendari abbreviati del Due-Trecento. Tutto ciò avviene a seguito di una sistematica ricognizione dei testimoni manoscritti sulla base di un ristretto numero di luoghi critici che presentano varianti significative per contenuto o stile. Il più antico testo conservato, la Passio I (BHL 2289), prende forma prima del 792, ad opera di un anonimo chierico aretino o romano nell'ambito di un programma di rifondazione e fissazione dell'identità della sede vescovile di Arezzo. Entro il IX secolo la tradizione manoscritta di questa Passio dà vita a tre famiglie di testimoni (famiglie A, B, C), tutte derivanti da uno stesso capostipite ma dotate di alcune caratteristiche distintive. Altre versioni originali della 2289, di cui difficilmente si riesce a stabilire la parentela con famiglie o mss. esatti, sono quelle del Martirologio di Adone di Vienne (IX sec.), che viene poi ulteriormente ripreso nel cisterciense Liber de nataliciis (XI-XIII sec.), e il duecentesco pseudo-Severino di Arezzo. La grande novità è rappresentata dalla fusione, nel IX secolo, della Passio I con la Vita di un altro Donato, vescovo di Evorea in Epiro. In base alle diverse modalità di congiunzione dei due testi, al testo base utilizzato (la BHL 2289 o le sue famiglie A, B, C) ovvero all'uso di una apposita riscrittura della Passio I, si possono individuare sei famiglie, tra cui una A aucta, una B aucta e una C aucta. Giova avvertire dunque, forse con maggiore enfasi di quanta ne usi l'autore, che la cosiddetta Passio II è in realtà un fascio di riscritture diverse, il cui denominatore comune è la scelta - in molti casi poligenetica - di fare dei due Donati un unico personaggio.

Infine, nell'ambito del rinnovamento architettonico e liturgico della chiesa aretina ad opera del vescovo Elemperto - a cavallo dell'anno 1000 - viene scritta la Passio III (BHL 2294), che rimedia alle principali incongruenze determinate dall'identificazione dei due Donati (il primo martire sotto Giuliano, il secondo ancora attivo al tempo di Teodosio) e dà all'opera una veste stilistica più elevata, che contribuisce al suo carattere di ufficialità. Nello stesso tempo si compongono anche la Messa e l'Ufficio propri del santo, che circolano spesso assieme alla Passio. Nella tradizione manoscritta la Passio III si mantiene testualmente più stabile, ma non mancano anche in questo caso testimoni in vario modo abbreviati, e non solo per pure ragioni di comodità: certe mutilazioni di ambiente avellanita, ad esempio, possono risentire - avverte l'autore - delle riserve di autenticità storica espresse da Pier Damiani. Un nuovo capitolo si apre quando, nel XIII e XIV secolo, la vicenda di Donato entra a far parte dei leggendari domenicani, dove abbreviazione e compilazione da fonti diverse danno vita a nuove versioni, a volte ad opera dello stesso autore.

Nel cap. II Licciardello illustra l'intero corpus testimoniale (oltre 200 codici) da lui raccolto, classificando ogni testimone in base alla redazione e offrendo esempi significativi delle modalità di riscrittura nel caso di singoli mss. o gruppetti di mss. che, pur riconducibili a redazioni note, presentano proprie specificità. La descrizione dei codici è generalmente essenziale, ma si fa più approfondita per quelli che verranno poi utilizzati per l'edizione. Quest'ultima è preceduta da ampi prolegomeni (cap. III), che delineano anzitutto lo status quaestionis ecdotico. Le edizioni precedenti, spesso assai risalenti nel tempo, si fondano su un solo ms. - e non senza interventi correttori invasivi - o, peggio, su una arbitraria combinazione/contaminazione di mss. e/o edizioni precedenti. La nuova edizione procede invece a ricostruire il testo sulla base di un'ampia ricognizione e discussione di innovazioni significative, secondo i canoni neolachmanniani. Il salto di qualità è perciò nettissimo. All'interno dell'intricata selva delle versioni redazionali, sono tre (la Passio I, la redazione A aucta della Passio II e infine la Passio III) quelle che Licciardello individua come meritevoli di edizione, in quanto costituiscono i principali snodi della memoria agiografica. Il testo delle tre redazioni (cap. IV), stabilito su base stemmatica, è accompagnato dalla traduzione italiana e da un ricchissimo commento storico, letterario, linguistico, nel quale l'editore dimostra assoluta padronanza del linguaggio e dei problemi dell'agiografia e, in particolare, delle tradizioni agiografiche aretine.

I punti di forza del lavoro sono più d'uno: l'amplissima base di dati; l'intreccio di solide competenze storiche e filologico-letterarie; l'applicazione di una metodologia rigorosa ma flessibile, capace di aderire ai casi concreti; e, non ultimo, un sano buon senso nell'individuare, all'interno di un campo di ricerca così vasto, gli obiettivi raggiungibili in un tempo lungo (Licciardello pubblica su questo tema sin dal 2004) ma ragionevole. Si tratta perciò di un lavoro di spessore, esempio felice di come sia possibile, se ci si attrezza della necessaria competenza metodologica, tracciare una fondata ipotesi di sistemazione complessiva per corpora testuali intricatissimi, arrivando persino a superare il già altissimo modello dei bollandisti. Tanto più si apprezza questo impegno in tempi in cui sarebbe facile, nascondendosi dietro l'asserita unicità e irriducibilità del singolo manoscritto, collezionare ogni tessera del mosaico condannandosi a non vedere il disegno di cui è parte.

Daniele Solvi