Rezension über:

Andrej Petrovic / Ivana Petrovic / Edmund Thomas (eds.): The Materiality of Text. Placement, Perception, and Presence of Inscribed Texts in Classical Antiquity (= Brill Studies in Greek and Roman Epigraphy; Vol. 11), Leiden / Boston: Brill 2018, XVIII + 416 S., 90 s/w-Abb., ISBN 978-90-04-37550-5, EUR 118,00
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Rezension von:
Filippo Battistoni
Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, Università degli studi di Pisa
Redaktionelle Betreuung:
Matthias Haake
Empfohlene Zitierweise:
Filippo Battistoni: Rezension von: Andrej Petrovic / Ivana Petrovic / Edmund Thomas (eds.): The Materiality of Text. Placement, Perception, and Presence of Inscribed Texts in Classical Antiquity, Leiden / Boston: Brill 2018, in: sehepunkte 19 (2019), Nr. 9 [15.09.2019], URL: http://www.sehepunkte.de
/2019/09/32544.html


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Andrej Petrovic / Ivana Petrovic / Edmund Thomas (eds.): The Materiality of Text

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Il volume raccoglie 14 interventi tenuti nel 2011/2012 a Durham, sia come singoli seminari sia all'interno di una conferenza. Nonostante il tempo trascorso tra la presentazione orale e la pubblicazione, gli interventi tengono generalmente conto della bibliografia più recente e il volume è ben curato editorialmente. [1]

Lo studio degli aspetti materiali dei testi iscritti è un tema che ormai da anni sta riscuotendo un notevole interesse, spesso in relazione all'aspetto monumentale, e quindi anche all'inserimento del monumento/testo nel contesto archeologico. Basti pensare al convegno di epigrafia del 2012 a Berlino (Öffentlichkeit - Monument - Text), preceduto di poco, 2010, dalla raccolta di studi di W. Eck, Monument und Inschrift. Il tema tuttavia compare anche in precedenza, seppure affrontato in maniera episodica e non sistematica come nella presente raccolta. Oltre alla specificità, un altro punto di forza dell'approccio adottato è la sua multidisciplinarità: storia antica, filologia e archeologia, più giustapposte che in dialogo, forniscono un quadro variegato e coprono un'ampia area, sia geograficamente, sia temporalmente. A questo proposito va precisato che il titolo è in parte fuorviante, la 'classical antiquity' va riferita per lo più ai testi in greco, quelli in latino sono meno indagati (Heyworth, Opdenhoff, Östenberg, Bolle). Oltre a un generale Zeitgeist che può aver determinato la scelta del tema, ci si rende facilmente conto che gli aspetti materiali dei testi iscritti siano ormai affrontabili in modo diverso e più soddisfacente rispetto al passato grazie alla disponibilità sempre maggiore di immagini, di grande qualità e in numero sempre crescente. Il quadro teorico tracciato nell'introduzione di A. Petrovic che cita Heidegger, Derrida e McLuhan viene poi ripreso e arricchito in vario modo in alcuni contributi. Il campo è vastissimo e l'aspetto sociologico è chiaramente molto presente, come nel richiamo di J. Goody e Bill Brown da parte di A. Kirk, ovvero in quello di W. Benjamin da parte di D. Lavigne. L'aspetto teoretico tuttavia non è prepotente e gli studi sono condotti con attenzione alle fonti antiche. Dal momento che il libro si rivolge esplicitamente in primo luogo a "cultural historians of writing" (14) si deve forse accennare a una corrente di studi che non pare sia stata considerata nel volume, vale a dire quella che può essere fatta cominciare con i lavori di J. Mallon (Paléographie romaine). Lo studioso francese, geniale e al tempo molto criticato, preconizzava uno studio globale della scrittura, in altri termini del testo (i)scritto, che tenesse conto di tutte le tipologie di documenti e superasse i confini disciplinari tra epigrafia, papirologia e paleografia. [2] Data l'ampiezza del tema non si tratta tuttavia di una critica, ma solo di uno spunto per futuri studi.

Il volume si articola in due parti. La prima, più sintetica, è dedicata all'aspetto concettuale, vale a dire testimonianze antiche su aspetti materiali delle iscrizioni, con particolare attenzione per Erodoto (Kirk) e per autori di età imperiale, quali Arriano e Polluce (Zadorojnyi), la seconda, più ampia, si divide in sottosezioni incentrate (A) sul rapporto tra testo iscritto e contesto materiale (eccentrico in parte lo studio di V. Garulli sui segni diacritici nelle epigrafi su pietra), (B) sulle iscrizioni nelle fonti letterarie, e infine, (C), sulle iscrizioni in contesti architettonici. I contributi sono ben informati e fruibili e ognuno dei casi affrontati viene ben esposto e si può leggere con profitto. In generale ci si può interrogare tuttavia sul potenziale euristico dell'approccio offerto: alcuni articoli si occupano di problemi che ne traggono particolare giovamento, altri rimangono su linee più tradizionali. Lo studio di I. Mylonopoulos sulle iscrizioni poste direttamente sugli edifici templari è uno dei casi in cui il valore del testo nella sua materialità (quello che Petrovic chiama la "thingness", traducendo l'heideggeriano "das Dinghafte") si apprezza con maggiore chiarezza. Lo studio si sofferma infatti sulle iscrizioni apposte direttamente sui templi e sottolinea come si tratti di casi peculiari e non affatto scontati. La conclusione che l'autore raggiunge è che si voglia evitare di accostare troppo esplicitamente il dedicante e il destinatario, la divinità, in modo da mantenere delle rispettose distanze. Ciò cambierà con il periodo ellenistico e i nuovi dedicanti, i sovrani, essi stessi di natura divina. La spiegazione, che tiene peraltro conto di vari casi particolari, tra cui quello interessante dei sovrani ellenizzati/ellenizzanti carii, non è detto che sia sempre applicabile ma è senz'altro plausibile e il problema individuato è importante. Altri studi, pur ben informati, come quello di J. Day sugli epigrammi di età arcaica e classica (monumento di Daochos a Olimpia, di Cheramyes a Samo) o quello di K. Bolle sulle iscrizioni dalle terme adiacenti al foro di Ostia, illustrano con chiarezza come i monumenti e i testi su di essi iscritti siano in dialogo tra loro e confermano che vi era un'attenzione estetica per la realizzazione, coerentemente con il presupposto che erano pensati per essere esposti, ma il quadro che ne risulta è descrittivo piuttosto che atto a fornire una nuova percezione del valore dei testi iscritti.

Il volume ha il merito di ricordarci come nello studio di documenti iscritti, accanto all'esercizio dell'epigrafia come scienza storica, sia utile, e addirittura necessario, affrontare il monumento nella sua complessità. Per questo possiamo essere grati agli autori e agli editori.


Note:

[1] Gli indici sono molto essenziali, in particolare quello delle fonti, un buon numero delle quali non è riportato, ad es.: SEG 41, 273 (p. 115), OGIS 665 (p. 57 n.), OR 149.B (p. 154). Curiosa l'abbreviazione GdE, p. IX, il cui significato è palese dal contesto (= Guide de l'épigraphiste), ma alieno dalla tradizione.

[2] I lavori di alcuni storici che hanno colto lo spunto di Mallon potrebbero essere considerati a proposito della materialità dei testi, cfr. ad es. A. Petrucci: La scrittura. Ideologia e rappresentazione, Torino 1986; id.: Le scritture ultime, Torino 1995 [trad. inglese, Stanford 1998].

Filippo Battistoni